GRATUITO PATROCINIO

Quanto costa affrontare un processo per difendersi e/o per tutelare i propri diritti ed interessi legittimi? Cosa prevede la legge per i non abbienti?

L’ammissione al patrocinio a spese dello Stato, meglio nota come gratuito patrocinio, trova fondamento normativo nella Costituzione italiana, che all’art. 24 prevede che “sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione” e nel DPR 115/02 che nella parte III disciplina l’istituto de quo.

L’art. 74 del T.U. sulle spese di giustizia stabilisce che “è assicurato il patrocinio nel processo penale per la difesa del cittadino non abbiente, indagato, imputato, condannato, persona offesa da reato, danneggiato che intenda costituirsi parte civile, responsabile civile ovvero civilmente obbligato per la pena pecuniaria.

E’, altresì, assicurato il patrocinio nel processo civile, amministrativo, contabile, tributario e negli affari di volontaria giurisdizione, per la difesa del cittadino non abbiente quando le sue ragioni risultino non manifestamente infondate”.

Si delinea , pertanto, una prima differenza tra processo penale e processo civile, secondo cui nulla quaestio per il primo, mentre in ambito civile le pretese non devono essere manifestamente infondate.

E’ possibile, quindi, richiedere di essere ammessi al gratuito patrocinio per ogni stato e grado del giudizio e per le eventuali procedure connesse.

In caso di rigetto della domanda di ammissione, l’interessato può proporre ricorso, entro venti giorni dalla notifica del provvedimento, davanti al presidente del Tribunale o al presidente della Corte d’Appello ai quali appartiene il magistrato che ha emesso il decreto di rigetto.

Allo stesso modo, il Magistrato competente può emettere decreto di revoca del beneficio laddove siano venuti meno i requisiti e sussistano , quindi, le condizioni di cui all’art. 112 T.U.

Avverso tale provvedimento è  possibile, altresì, proporre ricorso.

Lo Stato ha, in ogni caso, diritto di recuperare in danno dell’interessato le somme eventualmente pagate successivamente alla revoca del provvedimento di ammissione (art. 86 DPR 115/02).

Una volta ammessi al gratuito patrocinio, alcune spese sono gratuite, altre sono anticipate dall’Erario.

L’ammissione al patrocinio è, invece, esclusa – a norma dell’art. 121 DPR 115/02 – nelle cause per cessione di crediti e ragioni altrui, ad eccezione del caso in cui la cessione appare indubbiamente fatta in pagamento di crediti o ragioni preesistenti.

Vi sono, infine, altre eccezioni alle norme finora esposte.

Ad esempio, nei procedimenti penali concernenti i reati di cui agli artt. 572, 583-bis, 609-bis, 609-quater, 609-octies e 612-bis, nonché, ove commessi in danno di minori, dai reati di cui agli articoli 600, 600-bis, 600-ter, 600-quinquies, 601, 602, 609-quinquies e 609-undecies del codice penale la persona offesa può essere ammessa al patrocinio anche in deroga ai limiti di reddito previsti dalla legge.

Nei procedimenti che interessano i minori, il tutore o il curatore speciale possono chiedere di beneficiare dell’ammissione al patrocinio a spese dello Stato nelle situazioni in cui il minore non disponga di reddito autonomo e /o si trovi in una situazione di conflitto di interessi con i propri genitori.

E’ bene, infine, che sin dal primo incontro l’avvocato durante il colloquio informi la persona della possibilità di beneficiare del gratuito patrocinio e se lo stesso è iscritto nell’elenco apposito di cui si è già detto.

 

IL CAPO FAMIGLIA

Qualche tempo fa, in treno, ero accanto a due signori, all’apparenza amici di lunga data ed, incolpevolmente, mi sono trovata ad ascoltare quello che si dicevano.

Uno dei due raccontava all’altro che il proprio figlio era in procinto di separarsi dalla moglie e ad un tratto, nel tentativo di affermare che il figlio si era sempre comportato correttamente, sia con la moglie che con i figli, esclamava:”E’ sempre stato proprio un buon capo famiglia!”.

A sentire tali parole sono trasalita, per un attimo, quasi come se quel signore avesse detto qualcosa di sconveniente o di vietato, tanto era che non sentivo usare il termine “capo famiglia”.

Stavo per dirglielo, che la parola “capo famiglia” non è più contemplata nel nostro ordinamento, che non va bene parlare di capo e che il marito e la moglie hanno gli stessi diritti e doveri.

Ma poi ho taciuto, anche per evitare che mi apostrofassero con un meritato “Si faccia i fatti suoi!” e ho iniziato a riflettere.

Ho pensato a quanto siamo politically correct, con il nostro “potestà genitoriale”, “genitore 1” e “genitore 2”, diritto del “collocatario” e diritto “di visita”, a quanto ci riempiamo la bocca dei diritti di tutti, in particolare di quelli che fanno più scalpore, ma quanto spesso viene calpestato uno dei diritti più naturali del mondo, quello del padre.

Pare quasi che, nella foga di eliminare il capo famiglia, lo abbiamo relegato sotto il piedistallo su cui abbiamo messo  la donna, a prescindere.

A quanti padri che sono bravi padri viene ancora oggi concesso un tempo per stare con i figli che è uno scarto se paragonato a quello concesso alla madre solo perchè è la madre?

Quante madri ancora oggi usano i figli come merce di scambio per ottenere solo di più, in termini economici, dal coniuge?

Quante madri negano in tutti i modi il diritto del padre di stare con i figli, a volte anche portandoli lontano?

I casi sono tanti, anche se i magistrati pare che stiano finalmente, negli ultimi tempi, virando verso il pari collocamento dei figli (mi sto riferendo alle situazioni normali ovvio), ma la strada da percorrere è ancora lunga per poter parlare davvero di uguaglianza tra padri e madri in caso di separazione, sia in termini di tempo da poter trascorrere con i figli, sia in termini economici.

Ed è una cosa che mi fa ribollire il sangue.

Credo che sia ora che la svolta arrivi e che noi avvocati dobbiamo fare di tutto per darvi impulso, innanzitutto piantandola di prendere per oro colato tutto ciò che ci rappresentano le nostre assistite, ma valutando bene caso per caso.

Smettiamola di far si che siano le varie Erodiade, con le loro trame, a fare la storia.

 

NEW: UDIENZE SOSPESE SINO ALL’11 MAGGIO 2020

Rispetto ai precedenti post, segnalo che il D.L. di ieri  (D.L. 8 aprile 2020, n.23) ha prolungato la sospensione delle udienze e dei termini processuali sino all’11 maggio p.v., fatti salvi i casi “di urgenza”, per i quali le udienze comunque si celebreranno.

Rimango a disposizione per qualsiasi chiarimento, contatterò telefonicamente o via mail chi ha udienze fissate a breve e sarà mia cura comunicare i rinvii dei procedimenti agli interessati non appena mi verranno notificati dall’Organo Giudiziario.

 

BUONA PASQUA (a porte chiuse)!

Nonostante le porte quest’anno siano -purtroppo- chiuse, faccio A TUTTI VOI I MIEI MIGLIORI AUGURI DI BUONA PASQUA! Con la speranza che Vi arrivino ancora più forti del solito e di poterVi incontrare di persona quanto prima.

Annalisa Tironi

P.S. Salvi i giorni corrispondenti alle Festività Pasquali, lo Studio Legale continua ad essere operativo ed a rimanere a disposizione telefonicamente e in via telematica, per qualsiasi necessità.

REATI in materia di IMMIGRAZIONE

Il Testo Unico in materia di immigrazione (d.lgs. 25 luglio 1998 n. 286) contiene alcune disposizioni penali che puniscono:

  • i reati concernenti l’identificazione degli stranieri;
  • i reati in materia di immigrazione clandestina;
  • i reati riguardanti i provvedimenti di espulsione.

Con riferimento alla prima classificazione, l’art. 5 comma 8 bis T.U. punisce il soggetto che contraffà o altera il titolo di soggiorno o un documento necessario per il rilascio del titolo di soggiorno, nonché l’utilizzo del documento alterato o contraffatto.

Quanto al titolo di soggiorno è sufficiente che l’autore del reato abbia la mera coscienza e volontà di porre in essere l’attività di contraffazione o alterazione; mentre in relazione ai documenti necessari al rilascio del titolo è richiesto quale quid pluris la finalizzazione al rilascio del titolo medesimo.

L’art. 6 comma 3 T.U., invece, punisce la mancata esibizione del documento di identificazione e del permesso di soggiorno.

Pertanto, la norma punisce il comportamento del soggetto che non adempie ad un comando dell’agente di pubblica sicurezza, omettendo di esibire i documenti di identificazione e del titolo di soggiorno.

Il reato che, invece, viene contestato più di frequente nelle aule dei Tribunali concerne l’ingresso ed il soggiorno illegale nel territorio dello Stato, previsto e punito dall’art. 10 bis T.U. che prevede due ipotesi di reato: l’ingresso illegale dello straniero, che sussiste ogni volta che questi si introduce nel territorio italiano violando le norme previste dal Testo Unico ed il trattenimento o soggiorno illegale che si configura quando lo straniero, pur essendo entrato regolarmente in Italia, vi resta anche se non ne è più legittimato.

Per la configurazione del reato in esame è richiesto il dolo generico e pertanto la norma mira a punire lo straniero che consapevolmente e volontariamente ha violato la normativa concernente l’ingresso regolare nel territorio.

Il reato di ingresso illegale si consuma nel momento in cui viene varcato il confine italiano; mentre, in relazione al trattenimento illegale sul suolo italiano, avendo lo stesso natura permanente, si consuma nel momento in cui cessa la condotta antigiuridica.

L’art. 12 T.U. incrimina le condotte di trasporto dello straniero all’interno dello Stato italiano e quella posta in essere al fine di favorire e realizzare l’ingresso illegale in Italia o in altro Stato di cui la persona non è cittadina.

Il comma 3 quinquies prevede un’attenuante speciale per colui che si adopera per evitare che l’attività criminosa sia portata a conseguenze ulteriori.

L’ultima ipotesi di reato da prendere in esame in relazione alla suddivisione sopra evidenziata riguarda la fattispecie di fornitura di alloggio e contratti abitativi a soggetti stranieri privi del permesso di soggiorno.

Ai fini della configurazione del reato ciò che rileva è l’onerosità dell’accordo; anzi, la Giurisprudenza ritiene necessario che l’agente consegua l’ingiusto profitto imponendo condizioni contrattuali inique ed eccessivamente onerose e, pertanto, approfittando dello stato di illegalità dello straniero.

 

Sostegno all’oncologia pediatrica

“Aseop è una sigla che sta per Associazione Sostegno Oncologia Pediatrica. Ve lo devo spiegà o lo capite da soli de che stiamo a parlà? Già Ematologia e Oncologia so’ due parolacce della vita! Se poi ce metti accanto Pediatrica, nun so’ più du’ parolacce ma du’ bestemmie della vita! E sono pure due bestemmie particolari..sono due bestemmie che nun ti mandano all’inferno, perchè nun c’è bisogno, perchè l’inferno già ce l’hanno incorporato! Quanno le dici, all’inferno ce sei già!..Ora vedrete un piccolo documentario, nove minuti in tutto, che racconta la storia di questa Associazione, un’Associazione strana che chi l’ha fatta nun l’avrebbe mai voluta fà, che chi ci sta dentro nun vede l’ora che finisce, o, meglio, nun vede l’ora che qualcuno della Ricerca gli dice abbiamo vinto, vattene al bar, i soldi magnateli, non servi più perchè non c’è più l’Ematologia e l’Oncologia Pediatrica, nun ce so più le bestemmie, quelle con l’Inferno incorporato. Facciamo a capirci! il filmato che vedrete non celebra niente perchè fino a che un solo bambino non ce la fa non c’è niente da celebrare. Vogliamo solo raccontarvi trent’anni d’amore e di partecipazione, nostra e vostra, di scienza e coscienza di medici e personale paramedico, di solidarietà e di speranza, di una certa Fausta e di una casa lontano da casa che porta il suo nome.”

Mario Paris

Luglio 2018, Festa per il trentennale di ASEOP.

ARMI..cosa rischio?!

Cosa rischio … in materia di armi?

Per arma deve intendersi qualunque strumento atto ad offendere, per sua destinazione naturale o per le modalità di impiego.

Si distinguono le armi proprie, che sono quelle da fuoco, da taglio o da punta, batteriologiche o chimiche, gli storditori elettrici, le bombolette lacrimogene,  dalle armi improprie, nella cui categoria, invece, vi rientrano le mazze, i tubi, le catene, i bulloni, particolari tipologie di spray urticanti.

Quando è lecito portare con sé, fuori dalla propria abitazione o delle appartenenze di essa, un’arma?

La liceità del porto d’arma si rinviene nella sua destinazione, per cui determinati strumenti posso essere trasportati senza previa denuncia all’Autorità, se sussiste un giustificato motivo.

Ad esempio, un cuoco è legittimato a portare con sé coltelli se si sta recando presso il posto di lavoro, in quanto è ragionevole pensare che utilizzerà i coltelli per adoperarli per cucinare;  sussiste, quindi, un giustificato motivo. Al di fuori di tale attività non gli sarà consentito.

Lo stesso principio è applicabile in caso di attività sportiva (caccia, pesca,…) o altro tipo di attività per la quale si richiede l’utilizzo di strumentazione che rientrerebbe nelle categorie di armi proprie o improprie. Inoltre, per tali attività è necessaria un’apposita licenza rilasciata dall’Autorità, per cui non soggiace alla pena colui che, provvisto di regolare licenza, abbia con sé un determinato tipo di arma per praticare tali particolari hobbies. Si precisa che il rilascio della licenza è subordinato al possesso di determinati requisiti psico fisici determinati dalla legge, prevedendo anche i casi in cui è negato il rilascio della stessa nelle ipotesi di soggetti condannati per particolari reati inerenti il porto illecito di armi o reati particolarmente violenti.

È obbligatorio denunciare il possesso di un’arma che si detiene presso la propria abitazione o altro luogo? La risposta è si. L’obbligatorietà è finalizzata al maggior controllo da parte dell’Autorità, motivo per cui è obbligatorio rinnovare la denuncia di possesso ogni qual volta si cambi di residenza.

Nei confronti del soggetto trovato in possesso di un’arma e nell’ ipotesi rientrante tra quelle di cui all’art. 4 L. 110/75 o in quella più grave di cui all’art. 699 c.p., si instaurerà un procedimento penale. Trattandosi di materia estremamente tecnica, il consiglio è quello di rivolgersi immediatamente ad un Avvocato il quale, studiando il caso concreto, potrà impostare la migliore strategia difensiva per il proprio assistito.

 

Sono Avvocato, penalista per giunta!

“Da avvocato penalista, mi sento spesso chiedere: “Come fai a difendere un colpevole?“, ma mai nessuno  che mi chieda come faccio a difendere un innocente: mi piacerebbe raccontare della fatica, della tensione, della voglia di fare bene e del timore di sbagliare che non si ferma sulla porta dello Studio, ma che mi segue fino a casa.

Non è facile caricarsi sulle spalle, tutti i giorni, i problemi degli altri e cercarne la soluzione.

Non è facile trovarsi a difendere un medico o un imprenditore che hanno lavorato tutta la vita e poi si trovano indagati perchè qualcosa è andato storto; o difendere qualcuno dalle accuse più infamanti, o qualcuno che è stato colpito nei suoi affetti più cari o nella propria intimità e/o vulnerabilità.

Per me è entusiasmante, ma facile no.

Mi auguro che le persone possano percepire la passione e l’impegno che muovono l’avvocato e si affidino a “questo strano animale”.”

Tratto da ” L’avvocato penalista..quello strano animale”, di  Annalisa Tironi, in rivista locale di Modena, anno 2013.

Avvocato penalista..quello strano animale!

Riabilitazione, cancellazione o..?!

Capita spesso che qualcuno, interessato a cancellare delle vecchie condanne, per motivi di lavoro, personali o anche solo perché costituiscono un passato ingombrante e fastidioso, chieda come poter fare per ottenere la propria “riabilitazione” o la cancellazione delle stesse.

In verità, ciò che si vuole ottenere non rientra né in un termine né nell’altro, il cui utilizzo è  improprio, ma lascia ben comprendere comunque che l’interessato vuole richiedere l’estinzione dei reati oggetti di vecchie condanne.

Il caso più ricorrente è quello di sentenze di applicazione pena su richiesta delle parti (cd patteggiamento) o di decreti penali di condanna: in relazione ad entrambi tali provvedimenti, l’interessato può richiedere l’estinzione del reato oggetto della sentenza o del decreto se, nel termine di 5 anni (se si tratta di delitto) o di 2 anni (se si tratta di contravvenzione) il condannato non abbia commesso un altro reato della medesima indole.

E’ importante quindi che chi voglia tenere la fedina penale pulita tenga a mente tale opportunità al trascorrere di pochi anni.

Il consiglio in generale è quello di chiedere consiglio ad un avvocato penalista, che potrà valutare se ricorrano i presupposti per presentare istanza ed eventualmente individuare altre strade per “cancellare” vecchie condanne (ad esempio, nel caso in cui i reati oggetto di quelle condanne siano successivamente stati abrogati).

I rapporti di cattivo vicinato II: Molestia o disturbo alle persone (art. 660 c.p.)

Chiunque, in un luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero col mezzo del telefono, per petulanza o altro biasimevole motivo, reca a taluno molestia o disturbo è punito con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda fino ad € 516”(art. 660 c.p.).

La norma in esame punisce la condotta di chi in maniera insistente, fastidiosa e riprovevole interferisce in modo indiscreto ed invadente nella sfera dell’altrui libertà e quiete privata.

Il reato sussiste se soddisfatto il requisito della pubblicità del luogo o se la condotta viene posta in essere mediante telefono, per cui integrano il reato non solo le chiamate ma anche l’invio di sms.

Il reato in esame differisce da quello di atti persecutori di cui all’art. 612 bis c.p., posto che per quest’ultimo è necessario il verificarsi di un danno, consistente nel cambiamento delle proprie abitudini di vita o nel perdurante stato d’ansia o, in alternativa, nel fondato timore di un pericolo per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona legata da relazione affettiva. Trattasi di contravvenzione per la quale può essere avanzata istanza di oblazione ai sensi dell’art. 162 bis c.p., che, se accolta dal giudice, estingue il reato.