MA, SE MI ASSOLVONO, L’AVVOCATO DEVO PAGARLO IO?

Ed ecco che finalmente giunge una risposta ad una delle domande più frequenti rivolte all’Avvocato: “Ma, se mi assolvono, l’avvocato devo pagarlo io?”.

Orbene, le spese legali restano sempre a carico della parte, in prima battuta, per la logica e semplice ragione che l’assoluzione è alla fine – non all’inizio – del procedimento, ma, con la Legge di Bilancio per  l’anno 2021, è stato previsto il rimborso delle spese legali sostenute per l’imputato assolto “perché il fatto non sussiste”, “perché l’imputato non ha commesso il reato”, “perché il fatto non costituisce reato”, o con la formula “il fatto non è previsto dalla legge come reato”, a condizione che tale pronuncia non sia intervenuta a seguito della depenalizzazione dei fatti oggetto dell’imputazione.

Il Decreto del Ministero della Giustizia, di concerto con il Ministero dell’Economia e della Finanze, del 20 dicembre 2021, ha definito i criteri e le modalità di erogazione di tale rimborso delle spese legali sostenute.

In particolare, ha previsto che l’imputato debba essere stato assolto con una sentenza divenuta irrevocabile a far data dal 1 gennaio 2021.

La domanda di rimborso delle spese legali deve essere effettuata attraverso la piattafomra telematica accessibile dal sito giustizia.it, entro il 31 marzo dell’anno successivo a quello in cui la sentenza è divenuta irrevocabile.

Per le sole sentenze divenute irrevocabili nel 2021, le istanze potranno essere presentate a partire dal 1 marzo 2022 fino al 30 giugno 2022.

Le istanze di rimborso devono essere presentate dall’imputato o, nel caso di imputati minorenni o incapaci, da chi ne esercita la responsabilità genitoriale o ne ha la rappresentanza legale. In caso di morte dell’imputato, possono essere presentate anche dagli eredi.

L’art. 3 del suindicato Decreto prevede i dati e la documentazione necessari per presentare l’istanza.

Il rimborso è previsto sino ad un massimo di euro 10.500.

E’ importante sapere che NON è previsto il rimborso in determinati casi, tra i quali quando vi sia stata sentenza di proscioglimento per intervenuta prescrizione, ovvero per amnistia, nonché qualora vi sia stata l’assoluzione per taluni fatti di reato del capo di imputazione ma la condanna per altri.

Sicuramente, l’avvocato di fiducia potrà indicare al proprio assistito se la sentenza che lo riguarda rientri in una delle ipotesi per le quali è possibile presentare istanza di rimborso delle spese legali sostenute, nonchè la documentazione necessaria.

BANCAROTTA? NO, GRAZIE!

La resilienza del buon imprenditore alla fine premia, se supportata da una difesa mirata ed efficace.

La vicenda seguita dallo Studio Legale dell’Avvocato Annalisa Tironi trae le sue origini dalla contestazione dei reati di bancarotta fraudolenta documentale e semplice (artt. 216, co. 1 n. 2 e 217, co. 1 n. 4 ) al Presidente ed al Vice Presidente di un’azienda del modenese.

In particolare, a parere degli inquirenti, la prima figura di reato contestata consisteva nell’aver tenuto il registro dei beni ammortizzabili in modo tale da rendere impossibile la ricostruzione dei beni della società fallita; la bancarotta semplice, invero, secondo la tesi accusatoria, consisteva nell’aver aggravato il dissesto societario, astenendosi dal richiedere per tempo la dichiarazione di fallimento della società, nonostante la medesima, già da tempo, versasse in grave stato di difficoltà.

La Difesa ha rilevato (avvalendosi  di un Consulente tecnico dalla stessa nominato) che, per quanto riguarda il registro dei beni ammortizzabili, esso non appartiene all’elenco delle scritture contabili obbligatorie ai sensi dell’art. 2214 c.c., per cui la mancanza o mal tenuta dello stesso non può rappresentare elemento oggettivo del reato di bancarotta fraudolenta; ad ogni qual modo, la Difesa ha documentato come fosse stato possibile ricostruire l’andamento economico della società ed, attraverso le schede contabili della società, la consistenza patrimoniale della stessa.

In ordine al secondo punto del capo d’imputazione, la Difesa ha rilevato, anche attraverso l’interrogatorio del Presidente del Cda, attraverso l’escussione, ad indagini difensive, della responsabile amministrativa dell’azienda e del precedente legale che curava gli aspetti civilistici della società ed attraverso numerose produzioni documentali, come il “grave stato di difficoltà” in cui versava l’Azienda all’epoca incriminata, non coincidesse con un vero e proprio stato d’insolvenza, cui avrebbe dovuto far seguito l’istanza di fallimento.

Tanto emergeva dall’esame delle scritture contabili, che permetteva di posticipare, rispetto all’imputazione, in epoca assolutamente prossima all’istanza di fallimento lo stato di decozione della società.

A medesima conclusione la Difesa giungeva documentando come l’azienda poi fallita vantasse, nel periodo in cui, secondo il PM, sarebbe stata in grave difficoltà, un cospicuo portafoglio clienti ed avesse attuato precise scelte societarie per risollevare il proprio andamento; altresì, la Difesa provava come l’inesigibilità dei crediti non fosse nota al Presidente ed al Vice Presidente al momento della loro iscrizione e come gli stessi avessero cercato, anche per il tramite di garanzie personali, di ottenere dei finanziamenti per la società.

Il consulente di parte, poi, escludeva che la prosecuzione dell’attività avesse aggravato il dissesto, dimostrando invero come avesse comportato dei benefici in termini di riduzione del passivo totale della società fallita.

All’Udienza Preliminare la Difesa sceglieva di celebrare il processo con il rito abbreviato ed il Giudice accoglieva in toto la tesi difensiva, pronunciando assoluzione con formula pienaperché il fatto non sussiste”.