Sei vittima di stalking o di violenza domestica? Prima della denuncia puoi fare l’ammonimento.

Se sei vittima di stalking o di violenza domestica è bene sapere che, prima di proporre una denuncia-querela, innescando quindi l’attività giudiziaria e tutto quello che ne consegue, è possibile esperire un altro mezzo di tutela, istituito proprio a favore delle vittime di tali condotte persecutorie e violente, ovvero: l’ammonimento.

L’ammonimento è uno strumento di prevenzione di competenza esclusiva del Questore disciplinato dal D.L. n. 11/2009 (convertito in Legge n. 38/2009) e dal D.L. n. 93/2013: il primo si riferisce agli atti persecutori, mentre il secondo ne ha allargato l’oggetto, ricomprendendovi gli episodi di violenza domestica.

Ai sensi delle predette norme si intendono atti persecutori quelle “condotte reiterate, di minaccia o molesta tali da cagionare, nella persona offesa, un perdurante e grave stato di ansia o di paura, ovvero ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere la vittima ad alterare le proprie abitudini di vita”. Mentre per atti di violenza domestica si intendono “uno o più atti, gravi ovvero non episodici, di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verificano all’interno della famiglia o del nucleo familiare o tra persone legate, attualmente o in passato, da un vincolo di matrimonio o da una relazione affettiva, indipendentemente dal fatto che l’autore di tali atti condivida o abbia condiviso la stessa residenza con la vittima”, ovvero “fatti che debbano ritenersi riconducibili ai reati di percosse (art. 581 c.p.) o di lesione personale lieve (art. 582 comma 2 c.p.) consumati o tentati, commessi nell’ambito della violenza domestica.

Per richiedere l’ammonimento del responsabile di tali condotte, la vittima, salvo che abbia già presentato denuncia querela, può presentare, personalmente o per il tramite del proprio legale, richiesta di ammonimento direttamente alle Forze dell’Ordine, esponendo in maniera quanto più precisa i fatti oggetto di causa ed indicando le varie fonti di prova (documentali e/o testimoniali) a fondamento della richiesta stessa.

Successivamente, il Questore, assunte le effettive informazioni sui fatti e sentite, se indicate, le persone informate sui fatti, qualora ritenga fondata l’istanza, procederà ad ammonire oralmente il soggetto che si è reso protagonista di comportamenti persecutori, molesti e/o violenti, intimandogli di astenersi a commettere ulteriori atti nonché a tenere una condotta conforme alla legge.

Contestualmente, sono concessi al Questore vari poteri accessori: egli può disporre la sospensione o la revoca della licenza del porto d’armi, eventualmente detenuta dell’ammonito; inoltre, se l’ammonimento si fonda su fatti di violenza domestica, il Questore non solo può agire d’ufficio (ossia senza istanza della vittima) ma può anche richiedere al Prefetto di disporre la sospensione della patente di guida dell’ammonito, da uno a tre mesi.

Nel caso in cui il soggetto già ammonito dovesse persistere nel suo intento molesto e/o violento, l’autorità giudiziaria, venuta a conoscenza del protrarsi della situazione, agirà d’ufficio, pertanto senza necessità di alcuna ulteriore attività da parte della persona offesa, con conseguente aumento di pena in caso di condanna.

Concludendo, si può dire che l’ammonimento sia effettivamente un valido meccanismo di tutela che può essere esperito da tutte quelle vittime di atti persecutori o di violenza domestica, che non intendono attivare direttamente la giustizia penale, ma necessitano di salvaguardare e tutelare la propria incolumità personale.

LA GIUSTIZIA RIPARATIVA: QUALE OPPORTUNITA’!

Ho avuto il privilegio di partecipare, nei mesi scorsi, ad un workshop sulla giustizia riparativa, che mi ha iniziato alle opportunità (di conciliazione? di  riappacificazione? di avvicinamento? di rassegnazione o, meglio, rasserenazione?) che la mediazione penale può offrire.

Di giustizia riparativa si parla (ancora) troppo poco in Italia e anche noi avvocati, forse anche incolpevolmente, perchè presi dal meccanismo processuale, per lo più non la consideriamo o la sottovalutiamo.

Ben vengano quindi eventi formativi, anche per noi addetti ai lavori, che ci spronino a promuovere, con i nostri assistiti, la possibilità di dialogo, di scambio, di incontro, tra la vittima ed il reo, quando voluto e possibile.

Ciò che mi ha profondamente colpito e fatto riflettere, è stato sentire dalla voce delle vittime -non dei rei!- (di reati di vario genere) che ben  avrebbero voluto (e che spesso hanno anche invano ricercato) una possibilità di confronto con il reo,  perchè le avrebbe aiutate a chiudere un cerchio, a riprendere la via, magari anche a “stare meglio”.

Anche perchè spesso le vittime poco sanno del processo ed in esso hanno un ruolo “marginale” o, che comunque, non consente il confronto con il colpevole (o presunto tale).

Mi onoro di pubblicare una breve “Introduzione” sulla giustizia riparativa, scritta dalla Dottoressa Caterina Pongiluppi, Responsabile del servizio di Mediazione del Centro di Giustizia Riparativa Anfora, di cui invito a visitare il sito web, dal quale emerge, altresì, che il servizio offerto dal Centro Anfora è gratuito, libero ed imparziale.

La Giustizia Riparativa può essere definita come un “paradigma di giustizia che coinvolge la vittima, il reo e la comunità nella ricerca di una soluzione che promuova la riparazione, la riconciliazione e il senso di sicurezza collettivo” (H.Zeher, Changing Lenses. A new Focus for Crime and Justice, 1990).

Essa rappresenta, per le persone coinvolte in una vicenda di reato, un’occasione.

Lo è prima di tutto per le vittime, alle quali può offrire uno spazio e un tempo di ascolto e di espressione, libera e custodita, dei propri sentiti in relazione alla vicenda, nella prospettiva di un incontro con l’autore dell’offesa, a cui dire la propria sofferenza e porre le proprie domande. Secondo la cd. “Direttiva vittime”, del resto, tutte le vittime dovrebbero essere informate sui servizi di giustizia riparativa esistenti sul territorio (Dir. 2012/29/UE, art. 4, co.1, lett. J), e potervi accedere.

È un’occasione anche per l’autore del reato. L’incontro faccia a faccia con il dolore causato, l’ascolto dell’altro; ma anche la possibilità di dire ciò che non ha spazio nel processo, perché inopportuno, o perché irrilevante, e di uscire dal ruolo che il fatto stesso ha imposto: costituiscono un’esperienza che può risultare decisiva nell’attraversamento della propria storia e nella riappropriazione del precetto violato (Mazzucato, Consenso alle norme e prevenzione dei reati. Studi sul sistema sanzionatorio penale).

 

Sul territorio dell’Emilia Romagna, sia per vicende che riguardano gli adulti che per reati che coinvolgono le persone minorenni, opera il Centro di Giustizia Riparativa Anfora. Per info e contatti: https://www.anforagiustiziariparativa.com/”