SOCIAL NETWORKS..che RISCHI CORRO?

Mi piacerebbe che si utilizzassero i social network con minore leggerezza, perchè molti utilizzatori non sanno di essere esposti a rischi o di porre in essere delle condotte che potrebbero configurare un reato o, ancora, di essere possibile vittima di un reato.

I reati “social” più frequenti, di cui spesso ci si occupa nelle aule di Giustizia, sono quello di sostituzione di persona e di diffamazione on line.

Con riferimento al primo, l’art. 494 c.p. punisce il comportamento di crea un profilo falso, spacciandosi per persona diversa ed intrattenendo conversazioni e corrispondenza telematica ed informatica con altre persone. 

Per integrare il reato, la norma richiede il dolo specifico, cioè la consapevolezza di procurare a sé o ad altri un ingiusto vantaggio non soltanto di tipo economico o di arrecare ad altri un danno.

Può costituire reato, pertanto, l’ingannare gli altri utenti sulla propria identità o professione o utilizzare simboli o nickname per rappresentare una realtà diversa.

La fattispecie di diffamazione on line (art. 595 c.3 c.p.), invece, punisce la condotta di chi lede l’onore ed il decoro di un’altra persona, attraverso i social, ad esempio scrivendo frasi offensive, pubblicando foto pregiudizievoli per il soggetto ritratto o diffondendo notizie denigratorie.

Ai fini della sussistenza del reato, la comunicazione deve essere rivolta a più persone, per cui non si configurerà il reato se, ad esempio, l’offesa avviene tramite messaggio privato nella chat con un’altra persona; inoltre, la persona cui l’offesa è diretta deve essere assente, cioè non deve percepire direttamente il contenuto lesivo della comunicazione.

Il reato è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni o con la multa non inferiore ad € 516,00.

Veramente raccomando, quindi, maggiore prudenza nell’utilizzo dei social ed, altresì, maggiore controllo nei confronti dell’utilizzo che anche i minori, spesso esposti alle suindicate problematiche, ne fanno.

 

Non sono sposato, ma convivente, che diritti ho?

Capita sempre più spesso che le coppie scelgano di andare a convivere e, statisticamente, si celebrano meno matrimoni, sia civili che religiosi.

Ciò ha comportato la necessità di regolarizzare le tante unioni di fatto, onde evitare che gli interessati non vedano riconosciuti i diritti reciproci della coppia, come ad esempio il diritto a ricevere informazioni in caso di malattia del convivente o il diritto di accedere al luogo di cura del convivente (e sembra poco?!).

Con la Legge 76/2016 è stata data alle c.d. coppie di fatto, cioè a quelle coppie nelle quali i soggetti non sono uniti da alcun legame di parentela, matrimonio o unione civile, la possibilità di regolare i loro rapporti economici e giuridici.

Il contratto di convivenza non è obbligatorio, ma se stipulato formalizza il rapporto davanti alla Legge, dando vita ad una serie di diritti in capo ai soggetti contraenti, come ad es. diritto di visita, assistenza ed accesso alle informazioni in caso di malattia, diritto a vivere nella residenza comune dopo l’eventuale morte del partner proprietario dell’immobile, diritto di scegliere l’eventuale regime patrimoniale della comunione dei beni, diritto di regolare le modalità di contribuzione economica con riferimento alle necessità della famiglia.

Per quanto riguarda la procedura, il contratto di convivenza sottoscritto dalle parti viene presentato agli Uffici dell’Anagrafe del Comune di residenza presso cui viene registrato; in tal modo, i conviventi potranno ottenere il Certificato dello Stato di famiglia oltre a veder tutelati i propri diritti come sopra descritti.

Si ricorda che il contratto non può essere sottoposto a termine o condizione e può essere sciolto dietro richiesta da parte di almeno uno degli interessati.

È consigliabile rivolgersi ad un Avvocato per ricevere l’adeguata assistenza nella stipulazione degli accordi e del contratto di convivenza.

DIRITTI..ma anche DOVERI!

Si parla sempre di diritti oggi e, a mio parere, spesso anche con una leggerezza che comporta che il “mio” diritto spesso non è altro che il calpestamento del “tuo”, di diritto.

Mi piacerebbe che si rileggessero i diritti sanciti nella nostra Costituzione, che sono bellissimi, ma non solo.

Mi piacerebbe che si rileggessero bene gli articoli 2 e 4 della nostra Costituzione, che se è vero che sanciscono l’inviolabilità dei diritti ivi contemplati e riconoscono il diritto al lavoro per tutti, prevedono però anche che ognuno adempia ai “DOVERI INDEROGABILI di SOLIDARIETA’ politica, economica e sociale” (art. 2) e che ognuno abbia “il DOVERE di svolgere , secondo la propria possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale dell società” (art. 4)

Ricordiamocelo.

Giusto parlare di diritti e battersi per i diritti di tutti, ma non si può prescindere dai doveri richiesti a ciascuno di noi, ogni giorno.

Bancarotta fraudolenta: no all’inabilitazione per 10 anni

La pena accessoria dell’inabilitazione all’esercizio di una impresa commerciale e l’incapacità per la stessa durata ad esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa, prevista all’art. 216 della Legge Fallimentare, ha subito un netto ridimensionamento da parte della Corte Costituzionale prima e delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione poi.

L’assunto legislativo che la condanna per bancarotta fraudolenta (in qualsiasi forma contestata) comporti la predetta pena accessoria per la durata di dieci è stato reinterpretato al fine di permettere al giudice di cognizione di stabilirne la quantità: non più “per la durata di dieci anni”, ma “fino a dieci anni”.

Infatti la la legge quando stabilisce sanzioni fisse, senza possibilità di valutazione giudiziale, è perché le collega a fattispecie penali gravi e le cui condotte tipizzate sono chiare ed evidenti, pertanto è possibile sanzionare le stesse in misura fissa.

Ciò, finalmente, non è più possibile per le multiple e sfaccettate tipologie di condotta di bancarotta fraudolenta, le quali soggiaceranno ad una pena accessoria interdittiva, ma la cui durata verrà valutata dal giudice di merito ai sensi dell’art. 133 c.p., che prevede elementi in base ai quali il Giudice possa valutare la gravità, o meno, del reato e, quindi, decidere una pena adeguata.

DROGHE LEGGERE (e non): cosa succede se mi trovano con della droga?

Spesso le persone si chiedono: “Se faccio uso di droga, commetto reato?”

 No, il consumo di sostanza stupefacente non costituisce più reato dal 1993, anno in cui ci fu il referendum che ha abrogato il divieto di uso personale.

L’art. 73 del D.P.R. 309 /90 stabilisce che per la configurabilità del reato e, quindi, per essere puniti, è necessario dimostrare che la sostanza è destinata a terzi; l’onere della prova grava in capo all’Accusa.

Gli elementi probatori, che devono essere valutati complessivamente, in ordine alla destinazione della sostanza stupefacente sono costituiti dalla quantità e qualità della sostanza, dall’eventuale stato di tossicodipendenza del soggetto, dalle condizioni economiche e reddituali, dalle modalità di custodia della sostanza ( ad es. se contenuta in un unico sacchetto o in più sacchetti), dal rinvenimento di strumenti da taglio o altra strumentazione ( es. bilancino).

L’art. 73 sanziona una pluralità di condotte ( coltivazione, produzione, vendita, cessione, importazione, esportazione, detenzione), punendo OGNI comportamento che in qualunque modo si possa collegare al traffico di stupefacente. 

Costituisce reato la cessione, anche gratuita, di sostanza stupefacente oltre ad ogni altra ipotesi che integra le condotte di cui all’art. 73, nonché la valutazione probatoria di tutti i parametri suindicati con riferimento alla destinazione della sostanza.

La normativa in esame, in virtù della modifica intervenuta, ha previsto un’ipotesi lieve al comma 5, che costituisce un’autonoma fattispecie di reato.

Ciò che rileva ai fini della configurabilità dell’ipotesi lieve non è solo la qualità della sostanza (ad esempio se trattasi di droghe leggere -es. marijuana- o pesanti, che differiscono per il trattamento sanzionatorio – appunto più mite – per le prime), ma rileva la quantità e il “mercato di insistenza”, circostanze che complessivamente valutate possono assumere connotazione dirimente.

Dal punto di vista processuale, si procede a perquisizione quando vi è fondato motivo di ritenere che possano essere rinvenute sostanze stupefacenti sia sulla persona che in qualsiasi altro luogo (abitazione, auto ..) e gli Agenti possono procedere anche senza mandato emesso dall’A.G.

Pertanto, è consigliabile rivolgersi al proprio legale al fine di far evidenziare elementi probatori a discarico ( ad es. consegna spontanea della sostanza), soprattutto se trattasi di mero consumatore di sostanza stupefacente.

Attenzione che se l’uso personale di droghe non costituisce reato, tuttavia si può incorrere in sanzioni amministrative quali la sospensione o revoca della patente, ad esempio, se si viene sorpresi alla guida sotto l’effetto di sostanze stupefacenti.

 

Resistenza a Pubblico Ufficiale, anzi a PIU’ Pubblici Ufficiali

Iniziare dalla fine per capire l’inizio.

In base ad una recente sentenza delle Sezioni Unite (sent. 22 febbraio 2018 (dep. 24 settembre 2018), n. 40981) la condotta di chi resiste a PIU’ pubblici ufficiali con UNICA azione configura un concorso formale di reati (unica azione, più reati ai sensi dell’art. 81, co. 1, c.p.). 

Secondo la Suprema Corte, quindi, vero è che l’art. 337 c.p. tutela la Pubblica Amministrazione, ma vero è anche che la medesima disposizione di legge tutela i singoli agenti, che sono la rappresentazione fisica della Pubblica Amministrazione (il “braccio” volgarmente).

Gli Ermellini ritengono che in caso di resistenza a Pubblico Ufficiale non venga lesa e danneggiata solo la Pubblica Amministrazione, ma, anche, e soprattutto, l’individualità degli agenti operanti, da intendersi come portatori di interessi specifici, tanto pubblici, quanto privati.

Le Sezioni Unite, nella sentenza predetta, sposano, pertanto, tra le precedenti interpretazioni dei Giudici di merito, quella estensiva, secondo la quale, nel caso di resistenza a più pubblici ufficiali in un unico momento temporale, si configura un concorso formale di reati, a seconda di quanti siano gli operatori presenti ed osteggiati con la condotta.

Parte della Giurisprudenza precedente alla suindicata pronuncia a Sezioni Unite invero, considerando la Pubblica Amministrazione quale Unica persona offesa dal reato di cui all’art. 337 c.p., riteneva sussistente, un unico reato, nonostante la molteplicità di Agenti.

Giova ricordare che, nel caso in cui, dalla medesima condotta, derivino lesioni o minacce a danno  degli agenti, verranno, altresì, contestati, a chi si è reso responsabile di resistenza a Pubblico Ufficiale, ulteriori reati.

Sostegno all’oncologia pediatrica

“Aseop è una sigla che sta per Associazione Sostegno Oncologia Pediatrica. Ve lo devo spiegà o lo capite da soli de che stiamo a parlà? Già Ematologia e Oncologia so’ due parolacce della vita! Se poi ce metti accanto Pediatrica, nun so’ più du’ parolacce ma du’ bestemmie della vita! E sono pure due bestemmie particolari..sono due bestemmie che nun ti mandano all’inferno, perchè nun c’è bisogno, perchè l’inferno già ce l’hanno incorporato! Quanno le dici, all’inferno ce sei già!..Ora vedrete un piccolo documentario, nove minuti in tutto, che racconta la storia di questa Associazione, un’Associazione strana che chi l’ha fatta nun l’avrebbe mai voluta fà, che chi ci sta dentro nun vede l’ora che finisce, o, meglio, nun vede l’ora che qualcuno della Ricerca gli dice abbiamo vinto, vattene al bar, i soldi magnateli, non servi più perchè non c’è più l’Ematologia e l’Oncologia Pediatrica, nun ce so più le bestemmie, quelle con l’Inferno incorporato. Facciamo a capirci! il filmato che vedrete non celebra niente perchè fino a che un solo bambino non ce la fa non c’è niente da celebrare. Vogliamo solo raccontarvi trent’anni d’amore e di partecipazione, nostra e vostra, di scienza e coscienza di medici e personale paramedico, di solidarietà e di speranza, di una certa Fausta e di una casa lontano da casa che porta il suo nome.”

Mario Paris

Luglio 2018, Festa per il trentennale di ASEOP.

ARMI..cosa rischio?!

Cosa rischio … in materia di armi?

Per arma deve intendersi qualunque strumento atto ad offendere, per sua destinazione naturale o per le modalità di impiego.

Si distinguono le armi proprie, che sono quelle da fuoco, da taglio o da punta, batteriologiche o chimiche, gli storditori elettrici, le bombolette lacrimogene,  dalle armi improprie, nella cui categoria, invece, vi rientrano le mazze, i tubi, le catene, i bulloni, particolari tipologie di spray urticanti.

Quando è lecito portare con sé, fuori dalla propria abitazione o delle appartenenze di essa, un’arma?

La liceità del porto d’arma si rinviene nella sua destinazione, per cui determinati strumenti posso essere trasportati senza previa denuncia all’Autorità, se sussiste un giustificato motivo.

Ad esempio, un cuoco è legittimato a portare con sé coltelli se si sta recando presso il posto di lavoro, in quanto è ragionevole pensare che utilizzerà i coltelli per adoperarli per cucinare;  sussiste, quindi, un giustificato motivo. Al di fuori di tale attività non gli sarà consentito.

Lo stesso principio è applicabile in caso di attività sportiva (caccia, pesca,…) o altro tipo di attività per la quale si richiede l’utilizzo di strumentazione che rientrerebbe nelle categorie di armi proprie o improprie. Inoltre, per tali attività è necessaria un’apposita licenza rilasciata dall’Autorità, per cui non soggiace alla pena colui che, provvisto di regolare licenza, abbia con sé un determinato tipo di arma per praticare tali particolari hobbies. Si precisa che il rilascio della licenza è subordinato al possesso di determinati requisiti psico fisici determinati dalla legge, prevedendo anche i casi in cui è negato il rilascio della stessa nelle ipotesi di soggetti condannati per particolari reati inerenti il porto illecito di armi o reati particolarmente violenti.

È obbligatorio denunciare il possesso di un’arma che si detiene presso la propria abitazione o altro luogo? La risposta è si. L’obbligatorietà è finalizzata al maggior controllo da parte dell’Autorità, motivo per cui è obbligatorio rinnovare la denuncia di possesso ogni qual volta si cambi di residenza.

Nei confronti del soggetto trovato in possesso di un’arma e nell’ ipotesi rientrante tra quelle di cui all’art. 4 L. 110/75 o in quella più grave di cui all’art. 699 c.p., si instaurerà un procedimento penale. Trattandosi di materia estremamente tecnica, il consiglio è quello di rivolgersi immediatamente ad un Avvocato il quale, studiando il caso concreto, potrà impostare la migliore strategia difensiva per il proprio assistito.

 

E allora smettiamola di parlare di Giusto Processo!

E allora smettiamola di parlare di Giusto processo e di equiparabilità delle indagini svolte dal difensore rispetto a quelle svolte dal PM, perchè non è vero!

Nella pratica non è cosi, noi avvocati ci affanniamo in certi casi a ricercare e raccogliere elementi di prova a favore dei nostri assistiti, chiamiamo, riceviamo, verbalizziamo, andiamo a vedere luoghi e strumenti e tragitti e poi?!

Poi -spesso- la genuinità di quanto raccolto da noi è messa in discussione, così, arbitrariamente, mentre striminziti ed interpretabili – a volte- verbali di PG assurgono al rango di prova -dell’accusa- anche quando non è così, anche quando non c’è scritto nulla  o addirittura provano il contrario.

Per non parlare di quando le indagini difensive dell’avvocato vengono bellamente ignorate, alla faccia dell’obbligo -per il Giudice-di enunciare le ragioni per le quali ritiene non attendibili le prove contrarie (art. 546 c.p.p.)

Che frustrazione per la difesa!

Perchè se è la Costituzione -addirittura!- che prevede il Giusto processo (art. 111)?  Perchè se le garanzie difensive dell’imputato dovrebbero essere rispettate e la decisione affidata ad un Giudice assolutamente super partes?

Suvvia, è dal 2000 che è prevista la possibilità, per il difensore, di svolgere indagini difensive….quanto tempo deve passare, ancora, in Italia, perchè le indagini dell’avvocato vengano davvero considerate e valutate al pari di quelle del P.M.?

Quanto deve passare ancora perchè anche il rifiuto, che spesso riceviamo, di poter svolere alcune indagini (in particolare in relazione a documentazione custodita presso enti pubblici o istituti di credito) venga vagliato dal Giudice e, ancor prima, serva di sollecito al Pm per svolgere lui stesso quelle indagini?!

Sennò sembra di combattere contro i mulini a vento..si suda, si corre e ci si affanna, ma invano.

Si, sono arrabbiata oggi.