E allora smettiamola di parlare di Giusto Processo!

E allora smettiamola di parlare di Giusto processo e di equiparabilità delle indagini svolte dal difensore rispetto a quelle svolte dal PM, perchè non è vero!

Nella pratica non è cosi, noi avvocati ci affanniamo in certi casi a ricercare e raccogliere elementi di prova a favore dei nostri assistiti, chiamiamo, riceviamo, verbalizziamo, andiamo a vedere luoghi e strumenti e tragitti e poi?!

Poi -spesso- la genuinità di quanto raccolto da noi è messa in discussione, così, arbitrariamente, mentre striminziti ed interpretabili – a volte- verbali di PG assurgono al rango di prova -dell’accusa- anche quando non è così, anche quando non c’è scritto nulla  o addirittura provano il contrario.

Per non parlare di quando le indagini difensive dell’avvocato vengono bellamente ignorate, alla faccia dell’obbligo -per il Giudice-di enunciare le ragioni per le quali ritiene non attendibili le prove contrarie (art. 546 c.p.p.)

Che frustrazione per la difesa!

Perchè se è la Costituzione -addirittura!- che prevede il Giusto processo (art. 111)?  Perchè se le garanzie difensive dell’imputato dovrebbero essere rispettate e la decisione affidata ad un Giudice assolutamente super partes?

Suvvia, è dal 2000 che è prevista la possibilità, per il difensore, di svolgere indagini difensive….quanto tempo deve passare, ancora, in Italia, perchè le indagini dell’avvocato vengano davvero considerate e valutate al pari di quelle del P.M.?

Quanto deve passare ancora perchè anche il rifiuto, che spesso riceviamo, di poter svolere alcune indagini (in particolare in relazione a documentazione custodita presso enti pubblici o istituti di credito) venga vagliato dal Giudice e, ancor prima, serva di sollecito al Pm per svolgere lui stesso quelle indagini?!

Sennò sembra di combattere contro i mulini a vento..si suda, si corre e ci si affanna, ma invano.

Si, sono arrabbiata oggi.

 

La ruota (che gira)

E poi arriva il sorriso ed il grazie di qualcuno che è stato contento per quello che hai fatto e allora senti che la fatica ha avuto un senso e che questa, nonostante le rotture di scatole -che tanto tutti i mestieri hanno-, rimane una professione che VALE la pena esercitare.

Il finto account

Capita sempre più spesso che qualcuno crei un account “finto”, per gli scopi più disparati, ma attenzione perchè qualora si utilizzi, ad esempio l’immagine di un’altra persona, si può incorrere nel reato di Sostituzione di persona.

Così, almeno, si è espressa la Suprema Corte di Cassazione, intervenendo in un caso in cui erano stati creati un account ed un profilo su un social network, utilizzando abusivamente l’immagine di una persona del tutto inconsapevole, associata ad un nickname di fantasia (cfr. Cass. Pen., V sez., 2014, n. 25774).

Tali condotte sono sempre più ricorrenti, spesso vengono poste in essere con leggerezza, ma se il fine è quello di procurarsi un vantaggio o di recare ad altri un danno si può incappare nel reato di cui all’art. 494 c.p., senza che sia necessario uno scopo economico o illecito.

Ciò che rileva, dal punto di vista penale, è l’induzione in errore, che può dirsi integrata con l’attribuzione di un falso nome, di un falso status, di una falsa qualità giuridica, nonchè, appunto, sostituendo la propria all’altrui persona (per cui è abbastanza elevato il rischio di incorrere nel reato suindicato).

Il consiglio è, come sempre, quello di un utilizzo di Internet e dei Social Network improntato alla massima prudenza e consapevolezza dell’enorme risonanza del mezzo utilizzato.

Riabilitazione..che cos’è?

L’istituto della riabilitazione – da non confondere con forme di estinzione di “vecchi reati” – è disciplinato dall’art. 178 c.p., che prevede – per effetto della stessa e salvo che la legge disponga altrimenti – l’estinzione delle pene accessorie e di ogni altro effetto penale della condanna.

Conseguentemente, il condannato riacquista alcune facoltà che, con l’irrogazione delle pene accessorie, gli erano state negate, a seguito ad esempio dell’interdizione dai pubblici uffici, da una professione o un’arte; della perdita della potestà genitoriale; della perdita di diritti successori…

È opportuno sottolineare che la riabilitazione presuppone che la pena principale sia stata scontata o estinta.

Per poter beneficiare della concessione della riabilitazione è necessaria la sussistenza delle condizioni previste dall’art. 179 c.p.:

  • il decorso di almeno tre anni dal giorno in cui la pena principale sia stata eseguita o altrimenti estinta; nel caso di recidivi il termine è di otto anni; se si tratta di delinquenti abituali, professionali o per tendenza, il termine è di dieci anni;
  • la buona condotta tenuta dal condannato;
  • pagamento delle spese processuali;
  • adempimento delle obbligazioni civili.

Nel caso di condanna a pena condizionalmente sospesa, l’istanza di riabilitazione può essere presentata quando siano decorsi almeno tre anni dal passaggio in giudicato della sentenza, per cui non è necessario attendere cinque anni così come stabilito dalla legge in relazione all’effetto estintivo della pena correlato alla sospensione condizionale.

L’ultimo comma dell’articolo in esame prevede due cause ostative alla concessione della riabilitazione:

  • la sottoposizione a misure di sicurezza;
  • mancato adempimento delle obbligazioni civili nascenti da reato.

Una volta avanzata istanza di riabilitazione, il Tribunale di sorveglianza competente emetterà un’ordinanza ed il provvedimento verrà annotato nel casellario giudiziale in corrispondenza della sentenza o delle sentenze oggetto dell’istanza.

 

 

 

I rapporti di cattivo vicinato I : Disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone (art. 659 c.p.)

Sempre più spesso i rapporti di vicinato finiscono per essere oggetto delle vicende processuali all’interno delle aule giudiziarie.

Fra i reati per i quali viene sporta denuncia querela vi rientra quello di disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone.

L’art. 659 c.p. punisce, con l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda fino a euro 309, chiunque, mediante schiamazzi o rumori, ovvero abusando di strumenti sonori o di segnalazioni acustiche, ovvero suscitando o non impedendo strepiti di animali, disturbi le occupazioni o il riposo delle persone, ovvero gli spettacoli, i ritrovi o i trattenimenti pubblici.

A chi esercita una professione o un mestiere rumoroso contro le disposizioni della legge o le prescrizioni dell’autorità si applica l’ammenda da € 103 a € 516.

La Giurisprudenza di legittimità è costante nel ritenere integrato il reato quando la condotta, valutata ex ante, è potenzialmente idonea ad arrecare disturbo ad un numero indeterminato di persone, non occorrendo l’effettivo disturbo delle stesse; è necessario, altresì, che le fonti sonore, indicate dalla norma, superino la normale tollerabilità.

Tali elementi costituiscono la linea di confine tra condotte che non hanno alcuna rilevanza penale e ciò che può fondare una responsabilità civile in capo al vicino, che se riconosciuta può portare al risarcimento del danno.

Ad esempio, è illecito penale il rumore della televisione ad alto volume, tale da far udire in maniera chiara e scandita le parole dalla strada (Cass. Pen., III sez., n. 28670 del 9 giugno 2017); viceversa, non è penalmente punibile la condotta di chi fa cadere ripetutamente biglie con colpi ripetuti, posto che tale rumore viene percepito solo dall’appartamento attiguo e non anche dagli altri condòmini o comunque da una parte consistente dello stabile condominiale (Cass. Pen., III sez., n. 30156 del 15 giugno 2017).

In tale ultimo senso, di recente la Cassazione ha annullato la condanna per il reato di cui all’art. 659 c.p. per la proprietaria dei cani che abbaiavano tutta la notte, visto che a lamentarsi erano solo i vicini e non una potenziale pluralità indeterminata di persone (Cass. Pen., III sez., n.16677 del 16 aprile 2018).

Il reato essendo una contravvenzione può essere definito mediante oblazione, che è una causa di estinzione del reato.

 

 

 

 

L’ingiusta responsabilità dell’ente

Il D.Lgv. 231/01 prevede la responsabilità dell’ente ogni qualvolta un soggetto (apicale o no) appartenente a quell’ente compia un reato nell’interesse o vantaggio dell’ente stesso.

La Suprema Corte di Cassazione, nel 2014, si è espressa a Sezioni Unite, indicando che l’interesse deve essere valutato ex ante (rispetto al fatto reato), come interesse ipotizzabile prima del reato, mentre il vantaggio deve essere valutato ex post, quale vantaggio effettivamente conseguito dall’ente a seguito di quel fatto reato.

L’interesse ed il vantaggio devono sussistere, anche solo in alternativa, per ritenere sussistente la responsabilità dell’ente.

Il problema che ho incontrato, come difensore, è che l’interesse ed il vantaggio vengono individuati, dai Procuratori, per lo più nel risparmio in termini economici o di risorse organizzative e, sinora, anche un risparmio irrilevante, rispetto al bilancio ed  alla struttura societaria, sono stati consideranti invece rilevanti al fine dell’accertamento della responsabilità societaria.

Ragion per cui, mi viene da dire, sino a diversi orientamenti giurisprudenziali..:”si salvi chi può!”

Tabulati telefonici

Ormai tutto viene fatto via telefono e si sottovaluta la pericolosità -anche- di tale mezzo.

Anche solo dalle celle agganciate dal telefono si può individuare la posizione di una persona (presumibilmente, ma non certamente, il proprietario dell’apparecchio mobile).

I dati relativi al traffico telefonico possono essere acquisiti dal Pubblico Ministero, con decreto motivato, o essere richiesti dal difensore in sede di indagini difensive, quando di importanza preminente per lo svolgimento delle stesse.

Gli operatori delle comunicazioni sono tenuti a conservare i dati telefonici per almeno 24 mesi (in relazione al traffico telefonico), 12 mesi (per il traffico telematico) e per un minimo di 30 gg per le chiamate senza risposta.

Occorre quindi prestare attenzione all’utilizzo del telefono, non è raro che i dati telefonici risultino dirimenti per molti casi.

Il difensore procuratore speciale della persona offesa non può nominare un sostituto processuale al fine di costituirsi parte civile.

Le Sezioni Unite della Suprema Corte, secondo informazioni provvisorie, avrebbero sancito l’impossibilità, per il difensore appositamente nominato procuratore speciale dalla persona offesa dal reato al fine di esercitare la costituzione di parte civile nel processo penale, di nominare, allo stesso scopo, un sostituto processuale (Cass. Pen., Sez. Un., 21 dicembre 2017).

Credo che una pronuncia volta a dirimere il contrasto giurisprudenziale precedente fosse, con riguardo ad una questione così spesso affrontata nelle aule di Tribunale (e negli Studi di noi Avvocati!), doverosa.

Ricordo, non senza un certo imbarazzo, quando, ancora solo praticante legale, venni mandata dall’allora mio dominus presso un altro Foro, dove avrei dovuto depositare, in udienza, atto di costituzione di parte civile in sua sostituzione, come da delega espressa.

Non nego che fu alquanto spiacevole vedersi rigettare la costituzione di parte civile, davanti ai tanti colleghi e presenti che gremivano l’aula, perché, secondo quel Tribunale, solo l’effettivo Procuratore speciale della persona offesa poteva personalmente costituirsi parte civile.

Me ne tornai in Studio con la coda tra le gambe, con, quale unica consolazione, il pensiero che non avrei più dimenticato quella lezione.

In effetti, così è stato e da allora ho scelto di fare nominare procuratore speciale un collega disponibile a sostituirmi avanti al Tribunale, ogniqualvolta non riuscivo ad essere personalmente presente alla prima udienza.

Oggi, le Sezioni Unite confermano l’orientamento di quel “severo” Tribunale ed  indicano a noi avvocati come muoverci.

La responsabilità dell’Agente di commercio

Assolto un Agente di Commercio imputato di appropriazione indebita aggravata: il Tribunale di Modena ha assolto un mio assistito “reo” – secondo l’accusa- di essersi appropriato di migliaia di euro ricevute in pagamento da parte di una società cliente della propria datrice di lavoro.

Le testimonianze contrarie avevano accertato che, effettivamente, l’imputato aveva ricevuto diversi pagamenti, ma si era poi rifiutato di versare le somme alla società per cui lavorava.

Questa difesa, però, in istruttoria, ha documentato come fosse stato lo stesso Agente a citare in giudizio, per primo, la società, che nel frattempo lo aveva licenziato,  avanti al Giudice del Lavoro e come quest’Autorità Giudiziaria avesse già accertato che l’Agente effettivamente era creditore della somma contestata nei confronti della società, ma che quest’ultima, a sua volta, era creditrice verso lo stesso di una somma ben maggiore per provvigioni non versate, anche a causa dell’intervenuto licenziamento.

Il Tribunale di Modena ha quindi assolto l’imputato, ritenendo che il fatto che l’Agente avesse trattenuto il debito a garanzia di un preteso credito non potesse integrare il reato di appropriazione indebito e che, a fronte del credito vantato dall’Agente, non fosse neppure riconoscibile l’elemento dell’ingiusto profitto, necessario per poter configurare la fattispecie criminosa di cui all’art. 646 c.p.

Il Giudice penale, inoltre, riteneva non sussistente l’aggravante contestata (ex art. 61 n. 11 c.p., ovvero l’abuso di relazione di prestazione d’opera) , essendo emerso in istruttoria che l’Agente aveva titolo per incassare il dovuto, essendo stato autorizzato a ricevere i pagamenti da parte della clientela.

Convenzione sui diritti dell’Infanzia ..bisognerebbe rileggerla ogni tanto!

Mi piace questa versione “semplificata” che si trova sul sito del Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, mi piace già all’art. 2:

” Tutti i bambini hanno gli stessi diritti, non ha importanza chi sono i genitori, qual è il colore della pelle, né il sesso, né la religione, non ha importanza che lingua parlano, se sono ricchi o poveri.”

E mi piace all’art. 6, che tutela il diritto alla vita e quando, oltre, vieta ogni forma di sfruttamento, anche sessuale del minore (e torno con la mente alla mia tesi) ed il diritto alla cura di ogni bambino ed alla tutela del minore con disabilità.

Mi piace perché sottolinea il diritto del bambino a stare con entrambi i genitori e “striglia” i genitori, responsabilizzandoli.

Quasi 30 anni, ma questi diritti non sono ancora, minimamente, ovvietà…

 

La c.d. “estinzione del reato per condotte riparatorie”

L’art. 1 della Legge n. 103/2017 ha recentemente introdotto una nuova causa di estinzione del reato, la c.d. “estinzione del reato per condotte riparatorie”.
La novità consiste nella possibilità di far dichiarare estinto il reato dal Giudice, a seguito della restituzione o del risarcimento del danno ed attraverso l’eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose del reato, ove possibile.
Tale facoltà è prevista nei soli casi di reati perseguibili a querela rimettibile, anche quando la persona offesa dal reato non accetti l’offerta risarcitoria avanzata dall’indagato/imputato, ma il Giudice ritenga che tale offerta sia congrua.
Le condotte riparatorie, per avere efficacia estintiva del reato, dovrebbero essere poste in essere prima dell’apertura del dibattimento o, nel caso di processi già in corso al momento dell’entrata in vigore della legge, successivamente.
L’imputato può, altresì, chiedere al Giudice la fissazione di un ulteriore termine per provvedere al risarcimento, quando dimostri di non avere potuto adempiere entro l’apertura del dibattimento per causa a lui non addebitabile.
Qualora le condotte riparatorie abbiano esito positivo, il Giudice, sentite le parti e la persona offesa, dichiarerà estinto il reato.

Mi sento tanto come l’Avvocato Malinconico ogni tanto..

Mi sento tanto come l’Avvocato Malinconico ogni tanto..
Geniale Diego De Silva.
Racchiude in lui tutte le fatiche, le frustrazioni, gli attimi di gloria e la bellezza di questo mestiere.
E il carosello, che ci passa davanti e il teatro nel quale stiamo e che ci circonda.
Che per me è bellissimo.
” E intanto Vincenzo riflette sull’amore, la vita, la delinquenza, la musica: su tutto quello che attraversa la sua esistenza, di deriva in deriva!”

Quest’estate sono incappata in un libro sorprendente, per caso.

Quest’estate sono incappata in un libro sorprendente, per caso.
Ero in autogrill e davo un’ occhiata allo scaffale dei libri quando la mia attenzione veniva catturata da un libro alquanto defilato e dal titolo ben poco “vacanziero”, ma che inevitabilmente mi incuriosiva: “Io non avevo l’avvocato” di tale (per me, fino ad allora) Rossetti.
Fortunatamente non mi feci sopraffare dalla voglia di staccare la spina e di non leggere nulla che riguardasse il mondo “giustizia” perché ciò che lessi fu semplicemente sorprendente.
Per la dignità -incredibile- umana e professionale che Rossetti dimostra pur trovandosi, dal giorno alla notte, da stimato e brillante professionista, ad indagato e destinatario -per mesi – della misura cautelare del carcere, prima e degli arresti domiciliari poi.
Per l’ancor più sorprendente dignità che mostra nel descrivere e nell’affrontare il dolore provato dalla sua famiglia, anche per la malattia di uno dei Suoi figli, insorta proprio in quel periodo.
Per il coraggio di mettere nero su bianco, con dovizia di particolari, la propria vicenda giudiziaria mentre non è ancora finita (ho sorriso parecchio, pensando a quanto i suoi avvocati avranno cercato di dissuaderlo “almeno fino alla fine del processo..”).
E per l’analisi lucida, precisa e coerente che Rossetti fa di un mondo che, sino a poco tempo prima, non conosceva e non gli apparteneva (dimostrando una intelligenza che molti di noi “del mestiere”, purtroppo, non abbiamo).
Di un mondo in cui i magistrati possono stravolgere la vita delle persone e allora bisogna sperare di incappare in quello che se lo ricorda, il potere che ha e gli effetti che produce e che, ancor prima, abbia le competenze specifiche, la preparazione per quel caso (così come l’avvocato, del resto).
In bocca al lupo Famiglia Rossetti!
La preparazione da maratoneta è già servita e servirà…

Assoluzione perché il fatto non sussiste per un mio assistito

Assoluzione perché il fatto non sussiste per un mio assistito, accusato di avere indicato nella dichiarazione dei redditi, al fine di evadere le imposte, elementi passivi fittizi, avvalendosi di una fattura per operazione oggettivamente inesistente.
L’accusa muoveva dalla mancanza di documenti, in capo all’imputato, atti a provare il rapporto di lavoro sottostante e dalla mancanza della fattura, oggetto di causa, tra la contabilità di chi l’aveva emessa.
Gli accertamenti investigativi, fidandosi di chi negava non solo di avere svolto il lavoro, ma anche di avere emesso la fattura, trascuravano il dato fondamentale del pagamento dell’iva da parte dell’imputato e l’impossibilità, in capo allo stesso, di provvedere al saldo dell’importo indicato in fattura a causa di forti difficoltà economiche insorte.
Nessun intento, quindi, di evadere l’iva, bensì solo il parziale pagamento di una fattura relativa ad un lavoro effettivamente svolto.
Attraverso la produzione di numero due assegni circolari che provavano il pagamento dell’iva e dei bilanci societari da cui emergeva la situazione creditoria e debitoria esattamente come descritta dall’imputato in sede di esame, la difesa riusciva a convincere il Giudice dell’infondatezza dell’accusa mossa.

“la particolare tenuità dell’offesa” e la “non abitualità della condotta”

Finalmente una nuova causa di archiviazione, in presenza di due condizioni: “la particolare tenuità dell’offesa” e la “non abitualità della condotta”!
Mi sembra cosa buona, per eliminare tutti quei reati bagatellari, chiaramente bagatellari, commessi da indagati incensurati che -chiaramente-anche solo per l’interesse leso, hanno commesso una semplice -e rimediabile!- “leggerezza”.
Risparmio di difese di ufficio, spesso difficoltosamente retribuibili e risparmio di condanne penali evitabili (penso ai condannati per furto di una coca-cola..suvvia!)