L’ingiusta responsabilità dell’ente

Il D.Lgv. 231/01 prevede la responsabilità dell’ente ogni qualvolta un soggetto (apicale o no) appartenente a quell’ente compia un reato nell’interesse o vantaggio dell’ente stesso.

La Suprema Corte di Cassazione, nel 2014, si è espressa a Sezioni Unite, indicando che l’interesse deve essere valutato ex ante (rispetto al fatto reato), come interesse ipotizzabile prima del reato, mentre il vantaggio deve essere valutato ex post, quale vantaggio effettivamente conseguito dall’ente a seguito di quel fatto reato.

L’interesse ed il vantaggio devono sussistere, anche solo in alternativa, per ritenere sussistente la responsabilità dell’ente.

Il problema che ho incontrato, come difensore, è che l’interesse ed il vantaggio vengono individuati, dai Procuratori, per lo più nel risparmio in termini economici o di risorse organizzative e, sinora, anche un risparmio irrilevante, rispetto al bilancio ed  alla struttura societaria, sono stati consideranti invece rilevanti al fine dell’accertamento della responsabilità societaria.

Ragion per cui, mi viene da dire, sino a diversi orientamenti giurisprudenziali..:”si salvi chi può!”

Tabulati telefonici

Ormai tutto viene fatto via telefono e si sottovaluta la pericolosità -anche- di tale mezzo.

Anche solo dalle celle agganciate dal telefono si può individuare la posizione di una persona (presumibilmente, ma non certamente, il proprietario dell’apparecchio mobile).

I dati relativi al traffico telefonico possono essere acquisiti dal Pubblico Ministero, con decreto motivato, o essere richiesti dal difensore in sede di indagini difensive, quando di importanza preminente per lo svolgimento delle stesse.

Gli operatori delle comunicazioni sono tenuti a conservare i dati telefonici per almeno 24 mesi (in relazione al traffico telefonico), 12 mesi (per il traffico telematico) e per un minimo di 30 gg per le chiamate senza risposta.

Occorre quindi prestare attenzione all’utilizzo del telefono, non è raro che i dati telefonici risultino dirimenti per molti casi.

Il difensore procuratore speciale della persona offesa non può nominare un sostituto processuale al fine di costituirsi parte civile.

Le Sezioni Unite della Suprema Corte, secondo informazioni provvisorie, avrebbero sancito l’impossibilità, per il difensore appositamente nominato procuratore speciale dalla persona offesa dal reato al fine di esercitare la costituzione di parte civile nel processo penale, di nominare, allo stesso scopo, un sostituto processuale (Cass. Pen., Sez. Un., 21 dicembre 2017).

Credo che una pronuncia volta a dirimere il contrasto giurisprudenziale precedente fosse, con riguardo ad una questione così spesso affrontata nelle aule di Tribunale (e negli Studi di noi Avvocati!), doverosa.

Ricordo, non senza un certo imbarazzo, quando, ancora solo praticante legale, venni mandata dall’allora mio dominus presso un altro Foro, dove avrei dovuto depositare, in udienza, atto di costituzione di parte civile in sua sostituzione, come da delega espressa.

Non nego che fu alquanto spiacevole vedersi rigettare la costituzione di parte civile, davanti ai tanti colleghi e presenti che gremivano l’aula, perché, secondo quel Tribunale, solo l’effettivo Procuratore speciale della persona offesa poteva personalmente costituirsi parte civile.

Me ne tornai in Studio con la coda tra le gambe, con, quale unica consolazione, il pensiero che non avrei più dimenticato quella lezione.

In effetti, così è stato e da allora ho scelto di fare nominare procuratore speciale un collega disponibile a sostituirmi avanti al Tribunale, ogniqualvolta non riuscivo ad essere personalmente presente alla prima udienza.

Oggi, le Sezioni Unite confermano l’orientamento di quel “severo” Tribunale ed  indicano a noi avvocati come muoverci.

La responsabilità dell’Agente di commercio

Assolto un Agente di Commercio imputato di appropriazione indebita aggravata: il Tribunale di Modena ha assolto un mio assistito “reo” – secondo l’accusa- di essersi appropriato di migliaia di euro ricevute in pagamento da parte di una società cliente della propria datrice di lavoro.

Le testimonianze contrarie avevano accertato che, effettivamente, l’imputato aveva ricevuto diversi pagamenti, ma si era poi rifiutato di versare le somme alla società per cui lavorava.

Questa difesa, però, in istruttoria, ha documentato come fosse stato lo stesso Agente a citare in giudizio, per primo, la società, che nel frattempo lo aveva licenziato,  avanti al Giudice del Lavoro e come quest’Autorità Giudiziaria avesse già accertato che l’Agente effettivamente era creditore della somma contestata nei confronti della società, ma che quest’ultima, a sua volta, era creditrice verso lo stesso di una somma ben maggiore per provvigioni non versate, anche a causa dell’intervenuto licenziamento.

Il Tribunale di Modena ha quindi assolto l’imputato, ritenendo che il fatto che l’Agente avesse trattenuto il debito a garanzia di un preteso credito non potesse integrare il reato di appropriazione indebito e che, a fronte del credito vantato dall’Agente, non fosse neppure riconoscibile l’elemento dell’ingiusto profitto, necessario per poter configurare la fattispecie criminosa di cui all’art. 646 c.p.

Il Giudice penale, inoltre, riteneva non sussistente l’aggravante contestata (ex art. 61 n. 11 c.p., ovvero l’abuso di relazione di prestazione d’opera) , essendo emerso in istruttoria che l’Agente aveva titolo per incassare il dovuto, essendo stato autorizzato a ricevere i pagamenti da parte della clientela.

Convenzione sui diritti dell’Infanzia ..bisognerebbe rileggerla ogni tanto!

Mi piace questa versione “semplificata” che si trova sul sito del Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, mi piace già all’art. 2:

” Tutti i bambini hanno gli stessi diritti, non ha importanza chi sono i genitori, qual è il colore della pelle, né il sesso, né la religione, non ha importanza che lingua parlano, se sono ricchi o poveri.”

E mi piace all’art. 6, che tutela il diritto alla vita e quando, oltre, vieta ogni forma di sfruttamento, anche sessuale del minore (e torno con la mente alla mia tesi) ed il diritto alla cura di ogni bambino ed alla tutela del minore con disabilità.

Mi piace perché sottolinea il diritto del bambino a stare con entrambi i genitori e “striglia” i genitori, responsabilizzandoli.

Quasi 30 anni, ma questi diritti non sono ancora, minimamente, ovvietà…

 

La c.d. “estinzione del reato per condotte riparatorie”

L’art. 1 della Legge n. 103/2017 ha recentemente introdotto una nuova causa di estinzione del reato, la c.d. “estinzione del reato per condotte riparatorie”.
La novità consiste nella possibilità di far dichiarare estinto il reato dal Giudice, a seguito della restituzione o del risarcimento del danno ed attraverso l’eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose del reato, ove possibile.
Tale facoltà è prevista nei soli casi di reati perseguibili a querela rimettibile, anche quando la persona offesa dal reato non accetti l’offerta risarcitoria avanzata dall’indagato/imputato, ma il Giudice ritenga che tale offerta sia congrua.
Le condotte riparatorie, per avere efficacia estintiva del reato, dovrebbero essere poste in essere prima dell’apertura del dibattimento o, nel caso di processi già in corso al momento dell’entrata in vigore della legge, successivamente.
L’imputato può, altresì, chiedere al Giudice la fissazione di un ulteriore termine per provvedere al risarcimento, quando dimostri di non avere potuto adempiere entro l’apertura del dibattimento per causa a lui non addebitabile.
Qualora le condotte riparatorie abbiano esito positivo, il Giudice, sentite le parti e la persona offesa, dichiarerà estinto il reato.

Mi sento tanto come l’Avvocato Malinconico ogni tanto..

Mi sento tanto come l’Avvocato Malinconico ogni tanto..
Geniale Diego De Silva.
Racchiude in lui tutte le fatiche, le frustrazioni, gli attimi di gloria e la bellezza di questo mestiere.
E il carosello, che ci passa davanti e il teatro nel quale stiamo e che ci circonda.
Che per me è bellissimo.
” E intanto Vincenzo riflette sull’amore, la vita, la delinquenza, la musica: su tutto quello che attraversa la sua esistenza, di deriva in deriva!”

Quest’estate sono incappata in un libro sorprendente, per caso.

Quest’estate sono incappata in un libro sorprendente, per caso.
Ero in autogrill e davo un’ occhiata allo scaffale dei libri quando la mia attenzione veniva catturata da un libro alquanto defilato e dal titolo ben poco “vacanziero”, ma che inevitabilmente mi incuriosiva: “Io non avevo l’avvocato” di tale (per me, fino ad allora) Rossetti.
Fortunatamente non mi feci sopraffare dalla voglia di staccare la spina e di non leggere nulla che riguardasse il mondo “giustizia” perché ciò che lessi fu semplicemente sorprendente.
Per la dignità -incredibile- umana e professionale che Rossetti dimostra pur trovandosi, dal giorno alla notte, da stimato e brillante professionista, ad indagato e destinatario -per mesi – della misura cautelare del carcere, prima e degli arresti domiciliari poi.
Per l’ancor più sorprendente dignità che mostra nel descrivere e nell’affrontare il dolore provato dalla sua famiglia, anche per la malattia di uno dei Suoi figli, insorta proprio in quel periodo.
Per il coraggio di mettere nero su bianco, con dovizia di particolari, la propria vicenda giudiziaria mentre non è ancora finita (ho sorriso parecchio, pensando a quanto i suoi avvocati avranno cercato di dissuaderlo “almeno fino alla fine del processo..”).
E per l’analisi lucida, precisa e coerente che Rossetti fa di un mondo che, sino a poco tempo prima, non conosceva e non gli apparteneva (dimostrando una intelligenza che molti di noi “del mestiere”, purtroppo, non abbiamo).
Di un mondo in cui i magistrati possono stravolgere la vita delle persone e allora bisogna sperare di incappare in quello che se lo ricorda, il potere che ha e gli effetti che produce e che, ancor prima, abbia le competenze specifiche, la preparazione per quel caso (così come l’avvocato, del resto).
In bocca al lupo Famiglia Rossetti!
La preparazione da maratoneta è già servita e servirà…

Assoluzione perché il fatto non sussiste per un mio assistito

Assoluzione perché il fatto non sussiste per un mio assistito, accusato di avere indicato nella dichiarazione dei redditi, al fine di evadere le imposte, elementi passivi fittizi, avvalendosi di una fattura per operazione oggettivamente inesistente.
L’accusa muoveva dalla mancanza di documenti, in capo all’imputato, atti a provare il rapporto di lavoro sottostante e dalla mancanza della fattura, oggetto di causa, tra la contabilità di chi l’aveva emessa.
Gli accertamenti investigativi, fidandosi di chi negava non solo di avere svolto il lavoro, ma anche di avere emesso la fattura, trascuravano il dato fondamentale del pagamento dell’iva da parte dell’imputato e l’impossibilità, in capo allo stesso, di provvedere al saldo dell’importo indicato in fattura a causa di forti difficoltà economiche insorte.
Nessun intento, quindi, di evadere l’iva, bensì solo il parziale pagamento di una fattura relativa ad un lavoro effettivamente svolto.
Attraverso la produzione di numero due assegni circolari che provavano il pagamento dell’iva e dei bilanci societari da cui emergeva la situazione creditoria e debitoria esattamente come descritta dall’imputato in sede di esame, la difesa riusciva a convincere il Giudice dell’infondatezza dell’accusa mossa.

“la particolare tenuità dell’offesa” e la “non abitualità della condotta”

Finalmente una nuova causa di archiviazione, in presenza di due condizioni: “la particolare tenuità dell’offesa” e la “non abitualità della condotta”!
Mi sembra cosa buona, per eliminare tutti quei reati bagatellari, chiaramente bagatellari, commessi da indagati incensurati che -chiaramente-anche solo per l’interesse leso, hanno commesso una semplice -e rimediabile!- “leggerezza”.
Risparmio di difese di ufficio, spesso difficoltosamente retribuibili e risparmio di condanne penali evitabili (penso ai condannati per furto di una coca-cola..suvvia!)

Grande plauso al Comitato per le pari opportunità del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Modena

Grande plauso al Comitato per le pari opportunità del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Modena che ha lavorato per la stesura e la sottoscrizione di un Protocollo che prevede la possibilità di chiedere ed ottenere un rinvio per legittimo impedimento nel periodo di astensione obbligatoria per maternità, in caso di malattia/infortunio del figlio minore dei tre anni ed in specifici casi in cui un avvocato deve accudire un familiare affetto da patologia oncologica o altre altamente invalidanti.
Tale protocollo ovviamente si applica indifferentemente ad avvocati uomini e donne, sia coniugati che non.
Non so se tutti hanno compreso l’importanza di tale pensata e di tale documento, perché -come avviene sempre- le cose si comprendono solo quando ci si passa.
Io mi sono un po’ commossa, pensando a quando ho dovuto accudire mio figlio appena nato in ospedale, con obbligo di assistenza 24 ore su 24.
Mi ero posta allora il problema-serio- della non assoggettabilità dell’avvocato libero professionista alla L. 104/92 ed il problema di poter chiedere un legittimo impedimento non per un mio impedimento, ma di qualcuno così prossimo e, comunque, non autonomo.
Sono stata felice di vedere riconosciute -e tutelate- tali problematiche, che ostacolano la nostra professione, e non solo.
Devo dire che io, in ambito penale, non ho avuto problemi allora ad ottenere, con idonea documentazione ovviamente, più rinvii per legittimo impedimento ed, anzi, ho trovato grande sensibilità e solidarietà da parte dei Giudici, tanto che qualcuno (e non l’ho dimenticato!), mesi dopo, mi chiese come andava.
Spero che tale Protocollo agevoli anche i colleghi civilisti, che non “conoscono” il legittimo impedimento.
Un grande grazie, davvero, a chi ha lavorato per tutti.
Spero che non ci sia chi, come al solito, se ne approfitta, minando la credibilità e la necessità degli altri.

Abbiamo finalmente una Legge (l. 219/2012)

Penso con rabbia a tutti quei genitori (madri o padri che siano) che tornano al proprio paese d’origine portando con sé il figlio -o i figli- avuto -o avuti- in Italia, senza un effettivo problema alle spalle.
E’ un fenomeno che mi fa paura, perché è sempre più in crescita, proprio per il grande numero di relazioni tra persone di nazionalità diverse. Ho visto padri disperarsi, per anni, perché l’ex compagnia è fuggita nella propria terra e loro non hanno più visto il proprio figlio. Mi sono sentita impotente, davanti a questi padri, perché anche allorquando si arriva ad un provvedimento favorevole di un Tribunale Italiano, ci si scontra contro il dato, oggettivo, che la donna è ormai lontana e spesso, irreperibile, anche alle Forze di Polizia.
Penso con rabbia a quelle madri che ho sentito con le mie orecchie dire che “tanto il bimbo è della mamma” o usare il figlio come pura merce di scambio o di ricatto.
Penso con delusione, anche, a quei magistrati che, sbagliando come tutti purtroppo, anche per l’immenso numero di vicende che si trovano a decidere, hanno autorizzato qualcuno ad andarsene perché “tanto tornerà” o non hanno fermato chi è tornato qui, un’irrisoria volta ancora, senza il figlio.
O che si sono detti “incompetenti” perché “il bimbo non è più in Italia” lasciando passare due anni prima di emettere una simile ordinanza.
Penso con tanta, tanta tristezza, a quei bambini che cresceranno senza il papà (o la mamma), quasi sicuramente senza neppure immaginare gli sforzi che questi o questa ha fatto per provare a stare loro vicino.
Abbiamo finalmente una Legge (l. 219/2012) che sancisce il diritto per ogni bambino, anche se figlio naturale, di intrattenere rapporti significativi con entrambi i genitori (e con i parenti! Perché ci sono anche i nonni!!!), ma non abbiamo -spesso, purtroppo- genitori consapevoli dell’importanza, per il figlio, di godere di questo diritto. O che, comunque, di questo diritto se ne fregano, calpestandolo a proprio piacimento.
Però: il Legislatore ha provveduto, ripeto, mettendo nero su bianco questo fondamentale diritto dell’infanzia, il Tribunale ordinario è stato investito di ampli poteri ora, con -mi auguro- forte snellimento e velocizzazione per queste pratiche (in effetti ho già avuto occasione di verificare la differenza di trattamento, anche in termini temporali, riservato alla stessa vicenda dal Tribunale ordinario rispetto al Tribunale per i minorenni), l’Autorità Centrale Convenzionata del Ministero della Giustizia è attenta e puntualissima (hanno risposto a mie e-mails o fax in un paio di giorni massimo..grazie!) per cui sono fiduciosa.
Che dalla rabbia, e dalle nuove disposizioni in materia, nasca tanta tanta voglia di fare?!

Auspico che il D.L. 93/2013, che ha introdotto l’arresto obbligatorio in flagranza

Auspico che il D.L. 93/2013, che ha introdotto l’arresto obbligatorio in flagranza anche per i delitti di maltrattamenti e stalking, nonché la possibilità per gli Ufficiali e gli Agenti di Polizia Giudiziaria di disporre l’allontanamento urgente dalla casa familiare con il divieto di avvicinarsi ai luoghi frequentati abitualmente dalla persona offesa, possa effettivamente costituire un deterrente per le troppe violenze che ancora imperano, anche in ambito domestico.
Mi auguro davvero che le donne e gli uomini che subiscono violenza trovino conforto e coraggio in questa nuova normativa che fornisce -finalmente- effettivi ed immediati rimedi (arresto ed allontanamento).
Spero poi, da avvocato, che i miei colleghi, pur rimanendo certo fedeli al loro obbligo di difesa, sappiano consigliare ai propri assistiti, quando si trovino a difendere chi è accusato di avere usato violenza, anche in ambito domestico (ove ovviamente ritengano che sussistano effettivamente indizi in tal senso), di seguire percorsi adeguati, dal momento che -di nuovo: finalmente!- ve ne sono.
Penso al centro “Liberiamoci dalla violenza”, primo centro di tal genere in Italia, nato a Modena proprio per recuperare il violento o ai centri di recupero per quelle patologie che-ahimè-spingono alla violenza (tossicodipendenza, alcool dipendenza ecc..).
Quando mi sono trovata a difendere chi era incolpato di avere “massacrato” la moglie, tanto più davanti ai figli, la prima cosa che ho pensato, nell’interesse di tutta la famiglia, è stata quella di spingere l’accusato a seguire più percorsi terapeutici ed a portarmi le varie relazioni.
Con la “scusa e non scusa” di mostrare al Giudice il percorso di recupero intrapreso, al fine di avanzare istanze di modifica della misura cautelare adottata o, comunque, di predisporre una adeguata difesa.
Per ora, ha funzionato.

Due soci sono stati assolti dall’accusa di bancarotta ex art. 217 c.4 e 2 l. Fall.

Due soci sono stati assolti dall’accusa di bancarotta ex art. 217 c.4 e 2 l. Fall., in quanto il Tribunale ha accolto la tesi difensiva che, ricostruendo in maniera certosina il quadro contabile della società, escludeva che vi fossero state delle irregolarità nella tenuta delle scritture contabilità.
Ma non solo.
E’ stato possibile accertare, attraverso l’esame del curatore fallimentare e di alcuni dipendenti della società, nonché grazie alla documentazione prodotta, come l’accusa di aver aggravato il dissesto della società fosse, invero, infondata.
Al contrario, infatti, è stato dimostrato (ed accolto dal Giudice) come i soci misero in atti una serie di correttivi per ridurre i costi, proprio al fine di evitare il dissesto.
Sono stati ritenuti rilevanti, quali correttivi, i seguenti: aver diminuito il numero di dipendenti, aver virato la tipologia di attività da quella di installazione a quella -meno onerosa, perché priva dei costi dei materiali-di manutenzione del prodotto già finito, avere finanziato la società personalmente, attraverso il ricavato della vendita di beni di proprietà.
Alla luce di tali elementi, il Giudice ha ritenuto di assolvere con formula piena entrambi gli imputati “perché il fatto non sussiste”.