META’ DELLA SOSPENSIONE DELLA PATENTE IN CASO DI MESSA ALLA PROVA

Si può dire che una delle questioni che più lasciavano dubbi in merito alla guida in stato di ebbrezza è stata risolta dalla Corte Costituzionale (n. 163/2022), che ha affermato la possibilità di ottenere il dimezzamento del periodo di sospensione della patente al positivo esito della messa alla prova.

Giova ricordare, infatti, che vi sono due istituti che permettono una celere definizione del procedimento penale: i “lavori di pubblica utilità” e la messa alla prova.

Nella sostanza, si può dire che i due istituti siano identici, trattandosi di lavori socialmente utili e gratuiti presso un ente, con la sostanziale differenza che, nel primo caso, prima della suindicata Pronuncia, si otteneva, in caso di buon esito degli stessi, un dimezzamento del periodo di sospensione della patente, mentre in caso di messa alla prova, inspiegabilmente, no.

La Corte Costituzionale ha finalmente parificato, in questo senso, i due istituti, ritenendo non costituzionale pronunciarsi diversamente, sulla base della natura anche più afflittiva della messa alla prova.

Tale beneficio, infatti, per poter essere concesso passa al vaglio obbligatorio del giudice (i lavori di pubblica utilità, ex adverso, no), che decide di concederlo se l’imputato abbia, altresì, eliminato le conseguenze dannose e pericolose derivanti dalla propria condotta ed abbia provveduto a risarcire il danno (elementi non richiesti per i lavori di pubblica utilità).

Inoltre, l’ente preposto a prendere in carico l’imputato nella messa alla prova è l’UEPE (Ufficio Esecuzione Penale Esterna), ossia un ufficio interno del Tribunale, mentre nei lavori di pubblica utilità non vi è quasi nessuna intermediazione giudiziale nel corso dei lavori.

Per tali motivi, da vari anni, l’avvocatura, a più riprese, ha chiesto (e finalmente ottenuto!) che vi fosse parità di trattamento sanzionatorio tra i due istituti con il contestuale dimezzamento del periodo di sospensione della patente.

Marco Bardazzi, HO FATTO TUTTO PER ESSERE FELİCE – Enzo Piccinini, storia di un insolito chirurgo.

L’ho rubato a mio marito questo libro. Glielo avevo regalato io a Natale, incuriosita da quel titolo che parla di un chirurgo e lui chirurgo é.

Credevo che non lo avesse letto, che fosse rimasto in casa abbandonato come il classico regalo di Natale e allora l’ho iniziato perché volevo scoprire chi era, questo Enzo Piccinini e perché gli avevano dedicato un libro.

Di lui fino a pochi giorni fa sapevo solo che era tra i fondatori della scuola Carovana di Modena, perché lo avevo letto anni fa in un piccolo libro per bambini che avevano regalato ai miei figli.

Comunque, com’è o come non è (che poi certe cose arrivano perché doveva andare così) mi sono trovata catapultata nell’entusiasmo travolgente di questo Medico, che non si è mai stancato di apprendere sempre di più, di studiare, di imparare dagli altri, anche dai più giovani e di ascoltare.

Mi ha colpito scoprire che è stato in grado di creare una squadra di professionisti ai quali generosamente passava il proprio sapere, la propria sollecitudine ed i propri contatti, ma dai quali anche era desideroso di apprendere, in un proficuo e serrato scambio e in condivisione.

Per non sedersi, in modo da ricercare sempre la soluzione migliore per il paziente e la sua famiglia.

Piccinini era empatico, stava proprio con il paziente, lo “accompagnava” e questo mi è sembrato incredibile.

È una di quelle storie che fanno pensare, che ti spronano, come chiedeva lui “a mettere il  cuore in quello che si fa”.

Chirurgo o no.

Avvocato, anche.

 

 

MA, SE MI ASSOLVONO, L’AVVOCATO DEVO PAGARLO IO?

Ed ecco che finalmente giunge una risposta ad una delle domande più frequenti rivolte all’Avvocato: “Ma, se mi assolvono, l’avvocato devo pagarlo io?”.

Orbene, le spese legali restano sempre a carico della parte, in prima battuta, per la logica e semplice ragione che l’assoluzione è alla fine – non all’inizio – del procedimento, ma, con la Legge di Bilancio per  l’anno 2021, è stato previsto il rimborso delle spese legali sostenute per l’imputato assolto “perché il fatto non sussiste”, “perché l’imputato non ha commesso il reato”, “perché il fatto non costituisce reato”, o con la formula “il fatto non è previsto dalla legge come reato”, a condizione che tale pronuncia non sia intervenuta a seguito della depenalizzazione dei fatti oggetto dell’imputazione.

Il Decreto del Ministero della Giustizia, di concerto con il Ministero dell’Economia e della Finanze, del 20 dicembre 2021, ha definito i criteri e le modalità di erogazione di tale rimborso delle spese legali sostenute.

In particolare, ha previsto che l’imputato debba essere stato assolto con una sentenza divenuta irrevocabile a far data dal 1 gennaio 2021.

La domanda di rimborso delle spese legali deve essere effettuata attraverso la piattafomra telematica accessibile dal sito giustizia.it, entro il 31 marzo dell’anno successivo a quello in cui la sentenza è divenuta irrevocabile.

Per le sole sentenze divenute irrevocabili nel 2021, le istanze potranno essere presentate a partire dal 1 marzo 2022 fino al 30 giugno 2022.

Le istanze di rimborso devono essere presentate dall’imputato o, nel caso di imputati minorenni o incapaci, da chi ne esercita la responsabilità genitoriale o ne ha la rappresentanza legale. In caso di morte dell’imputato, possono essere presentate anche dagli eredi.

L’art. 3 del suindicato Decreto prevede i dati e la documentazione necessari per presentare l’istanza.

Il rimborso è previsto sino ad un massimo di euro 10.500.

E’ importante sapere che NON è previsto il rimborso in determinati casi, tra i quali quando vi sia stata sentenza di proscioglimento per intervenuta prescrizione, ovvero per amnistia, nonché qualora vi sia stata l’assoluzione per taluni fatti di reato del capo di imputazione ma la condanna per altri.

Sicuramente, l’avvocato di fiducia potrà indicare al proprio assistito se la sentenza che lo riguarda rientri in una delle ipotesi per le quali è possibile presentare istanza di rimborso delle spese legali sostenute, nonchè la documentazione necessaria.

LA GIUSTIZIA RIPARATIVA: QUALE OPPORTUNITA’!

Ho avuto il privilegio di partecipare, nei mesi scorsi, ad un workshop sulla giustizia riparativa, che mi ha iniziato alle opportunità (di conciliazione? di  riappacificazione? di avvicinamento? di rassegnazione o, meglio, rasserenazione?) che la mediazione penale può offrire.

Di giustizia riparativa si parla (ancora) troppo poco in Italia e anche noi avvocati, forse anche incolpevolmente, perchè presi dal meccanismo processuale, per lo più non la consideriamo o la sottovalutiamo.

Ben vengano quindi eventi formativi, anche per noi addetti ai lavori, che ci spronino a promuovere, con i nostri assistiti, la possibilità di dialogo, di scambio, di incontro, tra la vittima ed il reo, quando voluto e possibile.

Ciò che mi ha profondamente colpito e fatto riflettere, è stato sentire dalla voce delle vittime -non dei rei!- (di reati di vario genere) che ben  avrebbero voluto (e che spesso hanno anche invano ricercato) una possibilità di confronto con il reo,  perchè le avrebbe aiutate a chiudere un cerchio, a riprendere la via, magari anche a “stare meglio”.

Anche perchè spesso le vittime poco sanno del processo ed in esso hanno un ruolo “marginale” o, che comunque, non consente il confronto con il colpevole (o presunto tale).

Mi onoro di pubblicare una breve “Introduzione” sulla giustizia riparativa, scritta dalla Dottoressa Caterina Pongiluppi, Responsabile del servizio di Mediazione del Centro di Giustizia Riparativa Anfora, di cui invito a visitare il sito web, dal quale emerge, altresì, che il servizio offerto dal Centro Anfora è gratuito, libero ed imparziale.

La Giustizia Riparativa può essere definita come un “paradigma di giustizia che coinvolge la vittima, il reo e la comunità nella ricerca di una soluzione che promuova la riparazione, la riconciliazione e il senso di sicurezza collettivo” (H.Zeher, Changing Lenses. A new Focus for Crime and Justice, 1990).

Essa rappresenta, per le persone coinvolte in una vicenda di reato, un’occasione.

Lo è prima di tutto per le vittime, alle quali può offrire uno spazio e un tempo di ascolto e di espressione, libera e custodita, dei propri sentiti in relazione alla vicenda, nella prospettiva di un incontro con l’autore dell’offesa, a cui dire la propria sofferenza e porre le proprie domande. Secondo la cd. “Direttiva vittime”, del resto, tutte le vittime dovrebbero essere informate sui servizi di giustizia riparativa esistenti sul territorio (Dir. 2012/29/UE, art. 4, co.1, lett. J), e potervi accedere.

È un’occasione anche per l’autore del reato. L’incontro faccia a faccia con il dolore causato, l’ascolto dell’altro; ma anche la possibilità di dire ciò che non ha spazio nel processo, perché inopportuno, o perché irrilevante, e di uscire dal ruolo che il fatto stesso ha imposto: costituiscono un’esperienza che può risultare decisiva nell’attraversamento della propria storia e nella riappropriazione del precetto violato (Mazzucato, Consenso alle norme e prevenzione dei reati. Studi sul sistema sanzionatorio penale).

 

Sul territorio dell’Emilia Romagna, sia per vicende che riguardano gli adulti che per reati che coinvolgono le persone minorenni, opera il Centro di Giustizia Riparativa Anfora. Per info e contatti: https://www.anforagiustiziariparativa.com/”

PATENTE SOSPESA A SEGUITO DI UN SINISTRO STRADALE: COSA FARE?

Stanno aumentando i casi di sospensione della patente a seguito di sinistro stradale…ultimamente più persone si sono rivolte al mio Studio perchè coinvolti in sinistri che, SEPPUR lievi, fortunatamente, per la dinamica, hanno portato all’emissione di decreti prefettizi di sospensione della patente per svariati mesi!

I destinatari di tali decreti, in tutti i casi, ne hanno ricevuto notifica parecchi mesi dopo il sinistro e si sono, quindi, ritrovati a dover consegnare la patente, entro 5 giorni, all’Organo accertatore, con la prospettiva di doverne fare a meno per l’intero periodo di sospensione.

Nei casi opportuni, in particolare per -appunto- la lievità del sinistro, sia per la dinamica che per i danni riportati, abbiamo valutato, assieme al cliente. di proporre opposizione al Giudice di Pace, argomentando in particolare -sulla base di consolidata Giurisprudenza- l’assoluta innvalidità (o illogicità) di un provvedimento di sospensione della patente previsto dal Codice della Strada a tutela della pubblica incolumità, qualora emesso ad eccessiva distanza temporale dal fatto.

Se effettivamente, infatti, il Prefetto avesse ritenuto, sulla base degli accertamenti in suo possesso, che la persona incorsa nel sinistro fosse un potenziale pericolo “alla guida”, avrebbe dovuto inibirlo tempestivamente dal circolare, proprio per cautelare efficacemente tutti gli utenti della strada.

Inoltre, l’opposizione formulata si basava sulla mancanza di elementi fondati di palese responsabilità delle persone coinvolte, al momento dell’emissione del decreto prefettizio (elemento, anche questo, richiesto dal Codice della Strada per poter gugere ad una pronuncia di sospensione della patente) ed, in particolare, sottolineava l’3ccessiva ultroneità di un periodo di sospensione di parecchi mesi.

Se, infatti, la sospensione può essere giusto rimedio e deterrente rispetto a condotte di guida effettivamente pericolose, ritengo, però, che il periodo di sospensione debba essere adeguato e parametrato al caso concreto.

Al momento, fortunatamente, le opposizioni depositate sono state accolte, con restituzione della patente.

Consiglio vivamente a chi dovesse vedersi notificare un decreto prefettizio con effetti sospensivi, di valutare assieme ad un legale di sua fiducia se sia opportuno proporre opposizione avverso lo stesso.